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Home Blog Autostima nei bambini e adolescenti: come coltivarla durante la crescita

Autostima nei bambini e adolescenti: come coltivarla durante la crescita

Un brutto voto, una partita persa, un’amicizia che finisce o un errore possono far stare male. Crescere significa anche imparare che queste esperienze raccontano qualcosa di ciò che ci sta accadendo, ma non definiscono chi siamo. Il ruolo dei genitori può essere prezioso proprio nella costruzione di questa consapevolezza nei bambini e nei ragazzi. Laura Rossini, Psicologa Clinica specializzata nei Disturbi Specifici dell’Apprendimento presso il Centro Amamente di Milano, propone di immaginare l’autostima come un muscolo in continua crescita, che si allena giorno dopo giorno attraverso le esperienze e, soprattutto, all’interno delle relazioni significative.

di Laura Rossini

Psicologa Clinica specializzata nei Disturbi Specifici dell’Apprendimento – Centro Amamente

Quando pensiamo all’autostima dei nostri figli, spesso la immaginiamo come qualcosa da proteggere: vorremmo vederli sicuri di sé, capaci di affrontare le difficoltà e consapevoli del proprio valore. Ma l’autostima non è una qualità che un bambino possiede oppure no, né una caratteristica destinata a rimanere uguale nel tempo.

Coltivare una buona autostima non significa far sentire i bambini perfetti, metterli al riparo da ogni fallimento o convincerli di essere migliori degli altri. Piuttosto, significa aiutarli a costruire una consapevolezza sufficientemente solida del proprio valore, che possa accompagnarli anche quando qualcosa non va come speravano.

COME CRESCE L'AUTOSTIMA

Possiamo immaginare l’autostima come un muscolo in crescita: questo particolare “muscolo” non si allena sempre nello stesso modo. Con il trascorrere del tempo, cambiano le esperienze, le relazioni e soprattutto le domande attraverso cui bambini e ragazzi imparano a guardare sé stessi.

Nei primi anni: “Sono importante per te?” - Fiducia

Durante l’infanzia il bambino costruisce la propria immagine soprattutto attraverso lo sguardo degli adulti che si prendono cura di lui. Sentirsi amato, protetto, accolto e riconosciuto nei propri bisogni gli permette di sperimentare qualcosa di fondamentale: “Sono importante, sono degno di essere amato e ciò che sento ha valore”.

Il genitore, in questi primi anni, rappresenta uno degli specchi principali attraverso cui il bambino comincia a conoscere sé stesso. Uno specchio che non deve restituirgli l’immagine di un bambino perfetto, ma quella di una persona amata e riconosciuta anche quando piange, sbaglia, si arrabbia o incontra una difficoltà. È qui che si pongono le fondamenta dell’autostima: la fiducia in sé e nella relazione con l’altro.

Con l’ingresso a scuola: “Sono capace?” - Competenza

Crescendo, il mondo si allarga. Arrivano la scuola, i voti, lo sport, le attività extrascolastiche, nuove amicizie e, inevitabilmente, il confronto con gli altri.

L’autostima si intreccia maggiormente con l’autoefficacia, cioè con la percezione di essere in grado di affrontare un compito, imparare e raggiungere un obiettivo. In questo momento, si sviluppa il senso di competenza: la percezione di poter fare, imparare, migliorare e far fronte alle difficoltà.

Il bambino inizia a chiedersi: “Sono bravo in matematica?”, “Riesco a fare amicizia?”, “Come me la cavo a calcio?”, “Perché lui riesce e io no?”. Successi e insuccessi acquistano un peso nuovo. Questa è la fase in cui lo sguardo dell’adulto può aiutare il bambino a comprendere una distinzione fondamentale: un risultato può raccontare come è andata una prova, ma non stabilisce il valore della persona che l’ha affrontata.

In preadolescenza e adolescenza: “Chi sono io?”- Ridefinizione

Con la preadolescenza e l'adolescenza tutto diventa più complesso. Il corpo cambia, le relazioni assumono nuovi significati, aumentano le richieste dell’ambiente e prende forma una delle domande centrali della crescita: “Chi sono io?”.

Anche lo sguardo attraverso cui ci si osserva cambia. L’approvazione dei genitori non basta più: acquistano sempre più importanza il gruppo dei pari, il confronto con gli altri, il bisogno di sentirsi accettati, riconosciuti e parte di qualcosa. L’autostima può quindi attraversare oscillazioni importanti. Entro certi limiti, il cambiamento fa parte del processo di crescita: per costruire una propria identità è necessario anche ridefinire l’immagine di sé costruita fino a quel momento.

Anche il ruolo del genitore cambia. Non può più essere l’unico specchio nel quale il figlio si guarda, ma può, e deve, continuare a essere uno specchio affidabile.

L'AUTOSTIMA SI ALLENA NELLE PICCOLE ESPERIENZE QUOTIDIANE

L’autostima non si costruisce attraverso grandi discorsi o continui complimenti. Si costruisce soprattutto nelle esperienze di ogni giorno e nel modo in cui noi adulti le accompagniamo. Un compito difficile, un gioco che si rompe, una dimenticanza: situazioni apparentemente semplici possono diventare, ciascuna a modo proprio, un piccolo allenamento.

Pensiamo a un bambino che sta cercando di fare qualcosa da solo e impiega più tempo del previsto. La tentazione può essere quella di intervenire: “Dai, faccio io, che facciamo prima”. Se questa modalità si ripete spesso, però, il bambino potrebbe interiorizzare questo messaggio: “Da solo non sono capace”. La cosa migliore è rimanere accanto a lui senza sostituirci: “Prenditi il tuo tempo. So che puoi provare a farcela da solo. Se hai bisogno, sono qui”. Gli comunichiamo così due cose fondamentali: ho fiducia nelle tue capacità e, allo stesso tempo, puoi contare su di me.

Lo stesso accade quando sono coinvolte le emozioni. Se un gioco a cui nostro figlio teneva molto si rompe, per noi adulti può sembrare un problema facilmente risolvibile, ma per il bambino quella tristezza è reale. Dire “Capisco che sei molto dispiaciuto, ci tenevi tanto a quel gioco” non significa amplificare il problema o assecondare qualsiasi reazione. Significa riconoscere ciò che il bambino sta provando.

Sentirsi compresi aiuta progressivamente a comprendere sé stessi. Il bambino impara che anche rabbia, tristezza e paura possono essere riconosciute e attraversate senza che ci sia qualcosa di sbagliato in lui.

Crescendo, diventano sempre più frequenti anche gli errori. Ha dimenticato un compito? Dire “Sei sempre il solito distratto” trasforma un comportamento in una definizione della persona. Possiamo invece partire da ciò che è successo: “Hai dimenticato il compito. Proviamo a capire cosa possiamo fare la prossima volta per ricordarcelo”. Il messaggio è profondamente diverso: hai commesso un errore, ma tu non sei quell’errore. Un comportamento può essere osservato, compreso e modificato senza mettere in discussione il valore del bambino.

AIUTARLI A CRESCERE ANCHE QUANDO LE COSE VANNO BENE

Di fronte a un bel voto possiamo essere tentati di esclamare “Sei il migliore della classe!”, oppure, all’estremo opposto, di rispondere con un “Hai semplicemente fatto il tuo dovere”. Nel primo caso rischiamo di legare il valore al confronto con gli altri; nel secondo di non riconoscere l’impegno e la soddisfazione del bambino. Un “Hai preso un bellissimo voto, si vede quanto ti sei impegnato” sposta invece l’attenzione sul percorso: sull’impegno, sui progressi, sulle strategie utilizzate e sulla capacità di perseverare.

Attraverso tante esperienze come queste, poco alla volta, il bambino costruisce una rappresentazione di sé più solida: posso provare, posso sentire emozioni difficili, posso sbagliare, posso riuscire, ma in nessuno di questi casi cambia il mio valore come persona.

LASCIARE CHE I NOSTRI BAMBINI E RAGAZZI POSSANO ANCHE SBAGLIARE

C’è poi un passaggio particolarmente difficile da accettare per molti genitori: per costruire autostima, un figlio deve poter incontrare anche la frustrazione e il fallimento.

Quando vediamo il nostro bambino in difficoltà è naturale desiderare di proteggerlo. A volte vorremmo anticipare un problema, risolverlo al suo posto o evitargli una delusione. Purtroppo, eliminare sistematicamente gli ostacoli non aiuta necessariamente un bambino o un adolescente a sentirsi più sicuro di sé. La fiducia nelle proprie capacità nasce anche dall’esperienza di aver affrontato qualcosa di difficile, e quando non si riesce, dalla scoperta che si può stare dentro una delusione senza esserne definiti. Una buona autostima, infatti, non porta a pensare “Riuscirò sempre”. Piuttosto: “Questa volta non ce l’ho fatta, ma questo non dice tutto di me. Posso capire cosa è successo, chiedere aiuto e riprovare.”Il compito del genitore non è quindi spianare la strada, ma accompagnare il figlio mentre impara progressivamente a percorrerla con le proprie gambe.

ESSERE UN PORTO SICURO PER I NOSTRI FIGLI

Crescere bambini e ragazzi con una buona autostima non significa consegnare loro una vita priva di ostacoli. Possiamo aiutarli a costruire gli strumenti che sono necessari ad affrontare le difficoltà senza perdere fiducia nelle proprie capacità e il senso del proprio valore.

Durante la preadolescenza e l’adolescenza ci saranno momenti in cui i figli si allontaneranno, cercheranno altrove conferme e appartenenza o sembreranno avere meno bisogno dello sguardo dei genitori. Tuttavia, essere meno al centro della loro vita non significa smettere di essere importanti.

Se negli anni abbiamo ascoltato senza giudicare, accolto il dolore senza minimizzarlo, sostenuto senza sostituirci e riconosciuto il loro valore indipendentemente dai risultati, possiamo continuare a rappresentare un porto sicuro. Nel momento dell’errore, della paura o del dubbio, chiedere aiuto non sarà allora per i nostri figli il segno di una debolezza: avranno la consapevolezza che si può avere valore anche quando si è fragili, quando si sbaglia o quando non si riesce a fare da soli.

Forse è proprio questo uno dei doni più importanti che possiamo fare per l’autostima dei nostri bambini e ragazzi: accompagnarli verso il mondo con la certezza che successi e fallimenti non cambieranno il loro valore ai nostri occhi. E aiutarli, un giorno, a guardarsi con lo stesso sguardo.

Coltivare l’autostima dei propri figli, un passo alla volta, è un compito fondamentale, ma tutt’altro che semplice. Significa accompagnarli, sostenerli, lasciando allo stesso tempo lo spazio necessario perché possano crescere, scoprirsi e trovare la propria strada. E non è facile nemmeno il ruolo di bambini e ragazzi: diventare grandi significa affrontare dubbi, paure, cambiamenti e imparare, giorno dopo giorno, a conoscersi e a credere in sé stessi.

Una bellissima e complessa sfida da entrambe le parti. Un allenamento quotidiano per crescere insieme.

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